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ATHLETIC PREPARATION

by:

Roberto Bucosse
dott. in Scienze Motorie

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Servizi di personal training
per imprenditori e
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VALUTAZIONE FUNZIONALE: TEST
Come si è visto, compito della valutazione funzionale è misurare i «comportamenti funzionali» dell'atleta, sia per quanto concerne le sue qualità fisiologiche, sia per quanto concerne il loro comportamento sul campo.
Nel primo caso occorre disporre di mezzi e metodi di analisi che siano in grado di dare risposte precise e non equivocabili sui singoli parametri che si vogliono indagare, poiché si ritiene siano coinvolti nella prestazione; lo studio è in genere il più analitico possibile. Nel secondo caso, invece, lo studio sarà di tipo più sintetico essendo gli aggiustamenti (in gara o in allenamento) il risultato dell'intervento contemporaneo di più parametri fisiologici.
Comunque sia, il primo passo per rendere una misurazione rispondente alla realtà «ideale» è la definizione e l'accordo su «cosa» si vuole misurare.
Chiaramente, questa sarà una definizione operativa convenzionale, cioè frutto di un accordo della comunità scientifica sull'esistenza di una specifica qualità indicata con un proprio nome; tanto più questa definizione è precisa, tanto più difficilmente darà luogo a errate interpretazioni.
Per esempio, è universalmente riconosciuta l'esistenza, per ciascun individuo, in un dato momento, di un valore massimo dell'ossigeno captabile dall'organismo: questo valore viene identificato dalla definizione operativa di V02 max di quel soggetto.
È indubbio che l'ideale sarebbe poter misurare direttamente il parametro indagato, quale che esso sia.
Ciò però non sempre (o meglio, quasi mai) è realizzabile, sia, a volte, per l'impossibilità di misurare una qualità teorica che misurabile non è (per esempio la visione di gioco) sia, altre volte, per l'impossibilità materiale di misurare i veri fattori costituenti la qualità indagata (per esempio il numero di enzimi della glicolisi da cui dipende la potenza anaerobica lattacida).
In alcuni casi poi, l'eccessivo costo (come la RM) o la scarsa ripetibilità (per esempio la biopsia) di un'indagine la rendono praticamente inutilizzabile a scopo di valutazione funzionale, in particolar modo in attività di routine.
In questi casi, quindi, si ricerca una misura indiretta della qualità oggetto di studio.
Convenzionalmente si identificano, nel modo più esatto possibile, alcuni parametri «indicatori» che si reputa siano espressione della qualità stessa. È evidente come sia au­spicabile, anzi indispensabile, che si faccia la massima attenzione possibile e si raggiunga il massimo accordo sulla definizione, oltremodo precisa, dell'«indicatore» che si vuole utilizzare per valutare una specifica qualità.
Quanto più ponderata sarà la scelta dell'«indicatore» di una caratteristica, in base alla sua più o meno presunta costante relazione con essa, tanto più si sarà sicuri, con la mediazione comunque del buon senso, di indagare e misurare in effetti, anche se indirettamente, la qualità stessa.
In sede di valutazione funzionale per rilevare uno o più «indicatori» di una determinata qualità o, quando possibile, direttamente la qualità oggetto di studio, si utilizzano i test.
I test sono esercizi che l'atleta deve compiere (secondo un protocollo di indagine
specifico per ciascuna qualità e, a volte, per ciascuno sport) e che vengono utilizzati per misurare una caratteristica (test diretti) o un suo indicatore (test indiretti).
Chiaramente, potranno esistere più test e/o più «indici» di una stessa qualità e sarà quindi inutile utilizzarli contemporaneamente, a meno che non misurino ciascuno uno specifico aspetto di particolare interesse. Per esempio, esistono diversi test per la misura della potenza anaerobica alattacida (prove di salto, salita di scalini, ecc.) e sarebbe illogico usarli tutti per una stessa seduta di test, a meno che non interessino singolarmente le varie componenti implicate in ogni tipo di test (esplosività, velocità, ecc.).
Se, invece, uno stesso test e/o «indice» viene usato per più qualità, ciò non depone certo per una sua stretta correlazione con ognuna delle caratteristiche rappresentate, anzi, al contrario, denota una sua evidente grossolanità.
Se, per esempio, esistesse un test utilizzato per misurare sia la capacità alattacida che la potenza aerobica, si può essere certiche in realtà esso non misura né l'una ne l'altra caratteristica.
È opportuno ribadire come, nel caso dei test indiretti, non vi sia reale identità tra l'indicatore e la qualità che questo si presuppone rappresenti.
Quindi l'unico modo per essere sicuri, utilizzando test di tipo indiretto, di non aver perso troppa informazione e di non misurare una cosa per l'altra, sia quello di controllare, in sede di ideazione di un nuovo test, che esso corrisponda ai requisiti generali fondamentali di seguito descritti.
  1. VALIDITA'
    Il primo aspetto che va considerato quando si progetta un test, o quando si prevede di somministrare un test per una ricerca scientifica o semplicemente per una valutazione funzionale, è che il test indaghi effettivamente una certa proprietà e non altre.
    Si deve, cioè, prima di tutto, essere certi di «cosa» si vuole misurare e che quel test misuri la medesima cosa.
    Per assumere che una data qualità sia «identica» a un certo indicatore è necessaria una uniformità di opinioni; questa concorde e consolidata terminologia consente il riferimento diretto a una caratteristica tramite l'usuale utilizzo di un parametro indice.
    Per esempio, è una convenzione ormai consolidata il riferirsi all'altezza (o al tempo di volo) di un salto massimale quale misura delle qualità meccanico-muscolari di un atleta e. in particolare, della potenza esplosiva degli estensori degli arti inferiori.
    La validità del test è quindi concettuale ed è espressa dalla concordanza, puramente teorica e non esprimibile in termini numerici ma semplicemente convenzionalmente accettata, tra il risultato della sua misura e la misura della reale qualità (nell'esempio precedente: altezza = potenza esplosiva).
    La validità di un test può tuttavia essere anche oggettivata, quando si misuri il grado dell'accordo tra la misura e il valore «vero» del fenomeno.
    La valutazione della validità richiede quindi la disponibilità di uno standard esterno di riferimento, accettato a priori come stimatore accurato del fenomeno e definito «gold standard».
    Si può misurare («testare») la validità di un test, verificando la correlazione statistica (tramite il t-test, il coefficiente di correlazione e quello di regressione)dei suoi risultati con la qualità vera misurata con metodica diretta (ove questo sia possibile) se il test è di tipo indiretto. Per esempio, per verificare la validità di un test per il V02 max di tipo indiretto, si sottopongono diversi soggetti, a breve distanza di tempo, sia al test di tipo indiretto che a quello di tipo diretto; i risultati di entrambi i test vengono poi confrontati con le metodiche statistiche suddette e, se ne risulta una differenza statisticamente non significativa e alti coefficienti di correlazione e di regressione, il test di tipo indiretto si può considerare «valido».
    È frequente osservare che alcuni ricercano la validità di un test confrontando quest'ultimo con un altro test, a sua volta indiretto, ma accettato dalla comunità scientifica internazionale.
    Tale metodologia è discutibile. Infatti, anche se il test di riferimento è valido per la misura della qualità reale indagata, è ovvio che anch'esso non è la qualità; ne deriva che anche altri fattori (relativamente poco importanti) determinano il risultato di questo test. Confrontare un secondo test con il primo significa, pertanto, confrontare sia la qualità primaria cercata sia tutte quelle accessorie. Può succedere quindi che l'accordo tra i due risultati derivi da una variabile, non necessariamente collegata con il parametro indagato. Se si segue la stessa metodologia più volte (teoricamente possibile) alla fine si validerà un test che non ha nulla a che vedere con la qualità originaria.
    Sicuramente questo metodo può acquistare maggior significato se il confronto avviene tra il test in questione e tutti gli altri test già esistenti per la misura di quella variabile; in questo caso, infatti, diminuiscono le probabilità che tutti i test abbiano variabili comuni oltre quella indagata.
    Non si ritiene esatta neanche la procedura che confronta, sempre allo scopo di verificare la validità di un test, il risultato di un test con la prestazione sportiva ritenuta dai più espressione di quella qualità.
    Infatti, la prestazione sportiva è sempre espressione della sintesi di più qualità, mentre con un test, generalmente, si cerca di indagare una singola qualità in forma analitica.
    Affidabili controlli di validità suggeriranno, quindi, una maggiore o minore fiducia per i risultati di un test ai ricercatori che vorranno utilizzarlo in applicazioni successive.

  2. RIPRODUCIBILITA'
    Un altro requisito primario che un test deve soddisfare è la sua riproducibilità, cioè la concordanza tra misure ripetute dello stesso fenomeno.
    La riproducibilità dà una misura della «precisione» di una metodica di rilevamento di un parametro.
    Misurando, cioè, più volte la stessa cosa nelle medesime condizioni un test dovrebbe in teoria dare sempre lo stesso risultato.
    Questo, in realtà, non avviene quasi mai, ma è giusto cercare di utilizzare un test che minimizzi questo scarto.
    La riproducibilità e la validità di un test sono due caratteristiche diverse e disgiunte che si comportano in modo indipendente l'una dall'altra.
    Infatti la validità, come detto, esprime la relazione tra la variabile misurata da un test e la costante di riferimento.
    Può darsi che statisticamente, in più prove fatte con numerosi soggetti, ci sia correlazione tra le due e quindi che la media delle prove che si fanno sia uguale o molto simile al dato di riferimento.
    Ciò non dice, però, se il test adottato non possegga una propria instabilità interna tale che il risultato possa variare, in ciascun soggetto, da un giorno all'altro anche se non varia il livello della qualità di base.
    Dunque, affinché un test sia accettato è necessario e auspicabile che le caratteristiche di validità e riproducibilità siano presenti entrambe contemporaneamente.
    Infatti, anche se un test è estremamente valido, può essere del tutto inservibile se non consente una discreta riproducibilità del suo risultato e quindi non permette un confronto tra le misure di più soggetti. Questo confronto potrebbe essere invalidato dalla grande variabilità esistente nell'ambito di ciascuna valutazione in relazione all'ordine di grandezza considerato.
    Si paragonino, per esempio, i valori di forza di uno stesso gruppo muscolare di due soggetti (A e B) che praticano la stessa disciplina.
    Nelle tre identiche prove al dinamometro, che vengono effettuate in successione per ogni soggetto, si ottengono i valori 40, 37, 49 per il soggetto A, e i valori 47, 50, 41, per B; i valori medi saranno quindi 42 per A e 46 per B e la differenza tra loro sarà di 4 (46-42). Si potrebbe perciò dire che B è più forte di A.
    Se però si analizzano i risultati del test di ciascun soggetto si può osservare che il soggetto A ha fatto registrare risultati oscillanti tra 49 e 37, con uno scarto di 12, mentre nel soggetto B lo scarto è stato di 9 (50 — 41). Si deve perciò concludere che la variabilità del risultato nello stesso soggetto è superiore alla differenza tra i soggetti e pertanto non possiamo attribuire a quest'ultima un valore significativo.
    Infatti, il soggetto A potrebbe essere più forte o più debole di B a seconda del test considerato.
    Per cui il confronto tra i due soggetti per quel gruppo muscolare e con quella metodica, pur avendo prodotto una differenza media apparentemente significativa, è privo di valore.
    In un nuovo test ci si può accorgere di questo difetto ripetendolo più volte sullo stesso soggetto nelle identiche, ove possibile, condizioni, e osservandone la variabilità dei risultati con il calcolo della deviazione standard (DS).
    La DS, espressa in unità di misura o, in modo molto più chiaro, in percentuale della media, definita coefficiente di variazione, indica l'ampiezza della dispersione di circa il 68% dei valori ottenuti.
    Essa indica, cioè, il valore, o la percentuale della media, entro cui sono contenuti circa il 68% dei valori registrati.
    Se, per esempio, il valore medio è di 200 e la DS di 20 e, quindi, il coefficiente di variazione di 10 (%), questo vuol dire che tra 180 e 220 o entro il ± 10% del valore medio sono compresi circa il 68% dei valori ottenuti.
    La validità di questo parametro presuppone, peraltro, una distribuzione normale dei valori ottenuti.
    Il t-test indica se la differenza tra i valori ottenuti in più prove formalmente identiche è statisticamente significativa.
    Dopo aver scelto un livello di significatività che determina un'area di accettazione e un'area di rigetto, si applica la formula che dice, in pratica, quanto è probabile, in base al livello di significatività scelto, che le differenze riscontrate nelle prove siano casuali o meno.
    Il ME e il test-retest correlation, invece, danno una misura quantitativa della riproducibilità del test.
    Il primo, esprimibile in unità di misura o come coefficiente di variazione, ha il vantaggio di essere più rapido del metodo della DS necessitando di due sole prove.
    Anche il test-retest correlation necessita di due sole prove, ma può essere fortemente influenzato dal campo di variazione dei valori considerati, per cui quanto più ampio è questo, tanto più veritiero potrebbe risultare il coefficiente.
    In ogni caso, qualunque sia la metodologia seguita per valutare la riproducibilità, la ripetizione consentirà, nella sua applicazione routinaria, un calcolo della media che sarà tanto più attendibile quante più volte è stato eseguito il test.
    È anche vero, purtroppo, che non sempre un test di una caratteristica fisica è facilmente ripetibile, tanto meno a breve distanza di tempo.
    È più logico, invece, cercare di ottimizzare e standardizzare il protocollo di un test usando diverse accortezze per ridurre il numero o minimizzare il peso delle componenti che hanno una certa influenza sulla stabilità della misura.
    Le condizioni che influenzano la riproducibilità di un test, cioè la variabilità complessiva delle osservazioni rispetto al valore «vero» del fenomeno osservato, comprendono la va­riabilità insita nel processo di osservazione/ misurazione (imputabile allo strumento di ri­levazione e/o all'osservatore), la variabilità biologica dello stesso fenomeno in tempi e in condizioni diverse e le differenze biologiche fra soggetti diversi. Possiamo quindi riconoscere una variabilità libera da influenze legate all'osservatore, l'attendibilità, e una variabilità legata all'influenza dell'operatore, l'obiettività.
    Questi fattori di variabilità possono teoricamente sommarsi tra loro e hanno un peso diverso a seconda delle fonti informative di volta in volta utilizzate.
    Un approccio all'analisi del problema della variabilità di questo tipo può fornire una traccia per individuare, di volta in volta, quelle fonti di variabilità
    che hanno la maggior probabilità di intervenire nello specifico test, stimare il loro contributo reciproco e tentare di ridurne l'effetto.

  3. ATTENDIBILITA'
    Variabilità biologica tra soggetti
    Nella pratica si fa generalmente riferimento a parametri fisiologici standard ritenendone, per semplicità, il valore costante nella popolazione considerata.
    Per esempio, si usa calcolare la frequenza cardiaca massima di un soggetto dalla formula: 220 — l'età.
    Questi artifizi però, peraltro molto comodi, non permettono di tenere conto della stretta individualità di ciascun valore fisiologico, alterando così, a volte anche notevolmente, tutto il procedimento di un test che ne fa uso e le sue conclusioni.
    Variabilità biologica entro soggetti
    Il vero valore della maggior parte delle caratteristiche biologiche varia nel tempo, per cui una rilevazione effettuata in un determinato momento può essere considerata come un campione casuale di tutte le possibili misure che potrebbero essere effettuate; può quindi non rappresentare il valore «vero» di quel fenomeno, ma scostarsi da questo in ragione di una variabilità casuale o legata a leggi particolari che riduce la precisione della rilevazione.
    Basti pensare, a questo proposito, alle variazioni circadiane di molti parametri fisiologici, per cui una stessa misurazione, effettuata in due momenti diversi della stessa giornata, può dar valori anche sensibilmente diversi tra loro.
    Un altro esempio può essere la scarsa riproducibilità di alcuni test di coordinazione neuromotoria in cui il soggetto migliora costantemente il risultato semplicemente perché impara come fare il test.
    Variabilità di rilevazione da strumento
    Pur nella piena fiducia per gli strumenti che la moderna tecnologia mette a disposizione del valutatone, va ricordato come il più preciso tra essi può avere degli scarti di misurazione, per esempio per una non frequente taratura, anche di una certa rilevanza.

  4. OBIETTIVITA'
    Un altro parametro da prendere in considerazione nel giudicare un test è la sua obiettività.
    Si è fin qui considerata la bontà «interna» del test ma è chiaro che, per quanto valido e attendibile sia un test, la sua utilità può essere seriamente messa in dubbio se esso non si presta a essere applicato e interpretato sempre nello stesso modo da più osservatori, ma anche dallo stesso osservatore.
    Ciò è ancora più importante se si pensa ai «test da campo», che vengono somministrati in condizioni non sempre del tutto neutre e ottimali quali quelle di un laboratorio.
    L'obiettività può non essere importante se l'osservatore che valuta i soggetti è sempre lo stesso e ripete sempre i medesimi errori e nello stesso senso, sia nel far eseguire un test che nel valutarne i risultati (errore sistematico). Il problema può sorgere quando un soggetto viene testato nel tempo da osservatori diversi o quando gli scarti di un osservatore nella valutazione sono quantitativamente diversi, a volte in un senso e a volte in un altro.
    L'obiettività di un test si può migliorare rendendo quanto più possibile standard e ben definite le sue procedure di applicazione e di lettura, in modo da limitarne le interpretazioni personali e le possibilità di diversa esecuzione.
    In conclusione, a determinare la riproducibilità intervengono, in ciascuno degli aspetti fin qui considerati, due tipi di variabilità: una variabilità casuale, se lo spostamento del valore «vero» avviene ora in un senso ora nell'altro e una variabilità sistematica, quando l'errore nella misurazione è sempre nello stesso senso.
    Nell'attuazione, ma anche nell'ideazione dei test, ulteriori aspetti fondamentali da tenere in considerazione riguardano più da vicino l'esecuzione concreta della prova e sono: la specificità, la tecnica, il protocollo.

  5. SPECIFICITA'
    L'atleta evoluto, come presupposto al miglioramento delle prestazioni, possiede una serie di adattamenti a carattere generale e progressivamente sempre più specifici in relazione alla disciplina sportiva praticata. Nella pratica dei diversi sport, infatti, così come nelle diverse specializzazioni nell'ambito di ciascuna disciplina, vi è una notevole differenziazione delle caratteristiche morfofunzionali di coloro che le praticano.
    La valutazione funzionale dell'atleta, quindi, per essere in sintonia con queste problematiche, ha dovuto assumere anch'essa una capacità di analisi altamente specifica. Ciò è possibile solamente utilizzando strumenti capaci di indagare l'atleta e i suoi parametri organico-funzionali in condizioni più vicine possibili al reale coinvolgimento sportivo.
    Per tale motivo hanno trovato largo impulso la ricerca, l'ideazione, la progettazione e la realizzazione di ergometri funzionali specifici, in grado di simulare in laboratorio il gesto tecnico dell'atleta, e di apparati di misura miniaturizzati e telemetrici, o con memoria solida, in grado di effettuare misure direttamente sul campo.
    Tale impostazione non vanifica il rilievo aspecifico, tramite test generici (che non riproducono il gesto tipico dell'atleta), di alcune caratteristiche fisiologiche (come per esempio il rilievo del V02 max effettuato in forma indiretta); di tali test, infatti, a volte è necessario disporre come parametro di confronto e di riferimento con i dati dei test specifici (che riproducono il gesto tipico dell'atleta), mentre in altri casi essi rappresentano gli unici dati ottenibili in mancanza di strutture o apparati di analisi idonei.
    Come ricordato in precedenza, un test che consiste nella gara stessa e anche un parziale della gara, pur rappresentando, ovviamente, la massima espressione della specificità, tut­tavia non possiede le caratteristiche proprie del test e non studia analiticamente le diverse caratteristiche fisiologiche.
    Negli atleti di alto livello, peraltro, è spesso opportuno non limitarsi a tale tipo di valutazione, ma può essere necessario avere anche una visione d'insieme, «sintetica», del comportamento dei vari fattori fisiologici nelle reali condizioni di gara.
    Questo è possibile con test cosiddetti speciali.

  6. TECNICA
    Un aspetto fondamentale nella somministrazione di un test è cercare di mantenere costanti quante più variabili possibili per poter attribuire il risultato ai soli parametri oggetto di indagine.
    Per quel che concerne la tecnica di esecuzione vanno rispettate alcune regole abituali che riguardano le condizioni dell'atleta e quelle climatiche del laboratorio e, per quanto possibile, del «campo».
    Chiaramente sarà molto più facile rispettare la tecnica di esecuzione di un test di laboratorio che non di un test da campo, per le molto più numerose variabili presenti all'aperto.
    Anche in quest'ultimo caso bisogna peraltro sforzarsi, per quanto possibile, di ripetere i test sempre nelle medesime condizioni per non incorrere in grossolane valutazioni che possono solo confondere i risultati.
    Il giorno precedente la prova l'atleta non deve aver svolto un'attività fisica particolarmente gravosa né aver subito condizioni climatiche estreme.
    Si deve trovare in perfette condizioni fisiche e non essere convalescente.
    Deve aver riposato a sufficienza la notte e non aver fumato né aver assunto alimenti e tanto meno droghe, alcol, tè, caffè o farmaci per un congruo periodo precedente la prova.
    Importante è favorire una buona familiarizzazione con il test (l'ergometro, ma anche l'ambiente e il personale), anche tramite una sufficiente illustrazione del protocollo, in modo da consentire un'efficienza meccanica costante e da ridurre la componente ansiosa che può incidere su alcune risposte fisiologiche ed, eventualmente, sul rischio di aritmie cardiache.
    Le condizioni microclimatiche e di rumorosità del laboratorio, o quelle esterne per i test da campo, devono essere ben determinate e comunque confortevoli e costanti, almeno per quanto concerne la temperatura , l'umidità ( < 70%) e il movimento dell'aria (mai aria ferma), anche in relazione al tipo di prova che vi si deve svolgere (per esempio: 17 °C è la temperatura ottimale per una prova massimale).
    A questo proposito anche l'abbigliamento dell'atleta deve essere adeguato al clima e al tipo di prova.
    Chiaramente tutta la strumentazione va controllata e, se necessario, frequentemente calibrata o tarata per evitare gli errori sistematici.
    Anche l'orario del test può avere la sua importanza a causa di un gran numero di variabili (come, per esempio, il più o meno personale ritmo circadiano) che possono influenzare diversi parametri fisiologici.
    Per questo conviene far eseguire un certo test sempre nel medesimo orario.
    Particolari precauzioni vanno poi prese per non alterare o inquinare eventuali campioni biologici (sangue, ecc.) fino alla loro lettura.

  7. PROTOCOLLO
    Il protocollo di un test è la specifica procedura che si è scelta per testare una certa caratteristica in un atleta di una certa disciplina.
    Il protocollo indica, quindi, tutti i tempi e le modalità da rispettare affinché un test, valido, attendibile e obiettivo, possa dare dei risultati validi, attendibili, obiettivi.
    È quindi essenziale che la stesura di un protocollo sia il più esauriente possibile.
    Pertanto, anche il protocollo di un test, come la tecnica, deve essere comprensibile, rigido, standardizzato e ripetibile, per evitare interpretazioni personali o modalità esecutive variabili che possano inficiarne i risultati.
    Peraltro, dal momento che la valutazione funzionale è una disciplina estremamente nuova, i protocolli utilizzati per i test messi a punto finora sono tanto numerosi quanto i ricercatori che li hanno proposti.
Da : Antonio Dal Monte Marcello Faina – Valutazione dell' atleta BIBLIOGRAFIA BISANTI L. et al.: Rapporti Istisan: introduzione ai principi e ai metodi dell'epidemiologia, Istituto Superiore di Sanità, Roma, 1987. CARBONARO G., MADELLA A., MANNO R.. MERNI F., MUSSINO A.: La valutazione nello sport dei giovani, Società Stampa Sportiva. Roma, pp. 30-35, 1988. MONOD H., AMORETTI R., RODINEAU J.: Medicine du sport pour le practicien, Simep, Paris, p. 51, 1994.

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