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| INTRODUZIONE |
L'impresa che questa rubrica cercherà di svolgere è certamente titanica nella sua interezza. Infatti, lo scopo capitale degli argomenti tecnici che vengono trattati in questo sito non pretendono di rappresentare la totalità del pensiero dei 60 milioni circa di "ct" di cui può vantare la repubblica italiana! (gentil sesso incluso), ma la speranza che alcuni tra gli argomenti oggetto della nostra attenzione possano provocare reazioni di qualunque natura da parte di coloro che intendono confrontarsi con altri punti di vista, con altre idee, con altre esperienze con l'intento di creare un luogo di aggregazione intorno ad un fenomeno che risponde al "giuoco del calcio" come lo scrupoloso e pignolo e non ultimo simpaticissimo Gilberto Sacchi (Presidente AIA Marche) lo ama definire. |
In questa sezione principale, destinata alla prima visione di tutti coloro che sono interessati a questo settore del sito, è nostra intenzione quella di riportare il pensiero di uno dei massimi esponenti della categoria tecnica JOSE’ MOURINHO. Intervistato da un direttore tecnico UEFA, Andy Roxburgh, l'attuale manager del CHELSEA alla domanda "Quali motivazioni lo hanno spinto a diventare allenatore?" ha significativamente risposto:
"La prima motivazione è stata il calcio, non il mestiere di allenatore. Ogni bambino che ama il calcio sogna di diventare un calciatore. Pensavo di poter essere un giorno un giocatore, anche se non un grande giocatore. Nello stesso tempo mio padre era lui stesso allenatore e il calcio occupava un grande spazio nella mia vita. Ho studiato all’Università dello sport e, di conseguenza, il mio cammino è stato graduale. Se uno si rende conto che non può diventare un giocatore di alto livello ma ama lo sport, la scienza e la metodologia applicate allo sport, quando raggiunge una certa età si accorge che gli piacerebbe allenare, essere coinvolto in una equipe. Allora si perde il desiderio di diventare un calciatore e si comincia a entrare nella pelle dell'allenatore. Oggi posso dire di amare ciò che faccio su un campo come allenatore: amo il contatto diretto con i giocatori, la metodologia, gli esercizi, lo sviluppo delle idee, l'analisi delle idee e la ricerca di migliorare i giocatori e la squadra. La concezione inglese del mestiere, che comporta rapporti e legami con altri settori del club come la scuola di calcio e il lavoro del comitato direttivo, mi piace. Amo tutti gli aspetti del mio mestiere, ma ci sono arrivato progressivamente. Ho cominciato come allenatore dell'under 16 in Portogallo e, dopo gli studi, sono andato in Scozia alla fine degli anni 80. I metodi scozzesi mi hanno fatto vedere la metodologia in maniera differente. L'utilizzo delle superfici ridotte per sviluppare le qualità tecniche, tattiche e la condizione fisica corrispondeva ad un'idea globale dell'allenamento. Quando sono rientrato dalla Scozia ho sentito la differenza a livello del mio lavoro di allenatore. Dopo aver lavorato con i giovani, ho raggiunto lo Sporting di Lisbona come assistente di Bobby Robson. Per riassumere, ho cominciato per studiare, poi ho formato dei giovani e infine ho esercitato il mestiere di allenatore a livello professionistico. Lo ripeto, il processo è avvenuto tappa per tappa".
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