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ATHLETIC PREPARATION

by:

Roberto Bucosse
dott. in Scienze Motorie

e-mail: preparatore@tuttocalciatori.it

Servizi di personal training
per imprenditori e
liberi professionisti
ATTIVITA' FISICA A QUOTE MEDIE ED ELEVATE
Più di 40 milioni di persone vivono, lavorano e si riproducono ad altezze tra i 3000 e i 5500 m sopra il livello del mare.
Oltre i 3000 in su si parla generalmente di alta quota.
Certo, le popolazioni residenti normalmente ad altezze intorno ai 5500 m sulle Ande e sull'Himalaya sono perfettamente autosufficienti, ma un'esposizione acuta a una simile altezza per un soggetto, come si dice, non acclimatato può addirittura causare la morte per ipossia acuta.
L'impegno fisiologico relativo all'esposizione all'alta quota si rende particolarmente evidente nel caso dell'attività fisica intorno il 1641.
Negli Stati Uniti circa 1 milione di persone salgono in circa un'ora di macchina o di treno sino al Pikes Peak nel Colorado, a un'altezza di 4300 m; altre migliaia raggiungono la stessa altezza a piedi o in bicicletta o anche correndo.
Altri milioni di persone in tutto il mondo raggiungono alte quote praticando la meravigliosa specialità dell'alpinismo, altri praticano il trekking oppure si recano ad alte quote semplicemente per turismo o per lavoro.
Anche gli scienziati si recano in alta quota per le loro ricerche.
Infine, i militari vi si possono recare per esercitazioni.
Indipendentemente dalle finalità, tutti coloro che si recano in alta quota devono fronteggiare il problema dell'ipossia, cioè della ridotta pressione parziale di ossigeno, un challenge ancora più forte in assenza dei meccanismi specifici di adattamento funzionale che costituiscono il quadro dell'acclimatazione.

ALTA QUOTA
Il principale problema legato all'alta quota è la riduzione della pressione parziale dell'ossigeno che si verifica in proporzione alla riduzione della pressione barometrica.
La composizione dell'aria rimane relativamente costante a causa dei moti turbolenti che operano un continuo rimescolamento dei gas, pertanto la concentrazione dell'ossigeno nei gas atmosferici è sempre del 21% circa, indipendentemente dall' altezza sul livello del mare.
La pressione atmosferica diminuisce invece con l'aumentare dell'altezza.
Pertanto diminuiscono in proporzione anche le pressioni parziali di tutti i gas che compongono l'atmosfera.
Il gradiente di pressione tra aria inspirata e sangue viene spesso definito come cascata di ossigeno.
I gas atmosferici sono da considerare come un fluido e, come in tutti i fluidi, la pressione varia al variare dell'altezza e dipende dalla densità del fluido stesso.
Nel caso dei gas atmosferici la densità non è costante ma diminuisce con l'aumentare dell'altezza.
A livello del mare la pressione atmosferica è mediamente di 760 mmHg, a 3000 m scende a 510 mmHg, a 5500 m è 390 mmHg, cioè la metà rispetto al livello del mare.
La pressione parziale di un gas è facilmente calcolabile moltiplicando la pressione atmosferica per la percentuale del gas stesso.
A livello del mare la pressione parziale dell'ossigeno, Po, è di 20.93% x 760 = 150 mmHg, e scende a 107 mmHg a 3000 m.
Sulla vetta dell'Everest (8848 m) la pressione barometrica è di 250 mmHg e la pressione parziale dell'ossigeno nell'aria è di poco inferiore ai 50 mmHg, naturalmente negli alveoli polmonari la pressione parziale dell'ossigeno è inferiore, circa 25 mmHg, il che implica che la disponibilità di ossigeno è circa un terzo di quella a livello del mare.
La riduzione della pressione parziale dell'ossigeno atmosferico, che si riflette ovviamente a livello alveolare scatena una serie di processi di adattamento funzionale che nel loro complesso costituiscono il processo di acclimatazione.
Il termine di acclimatazione ha un significato più generale, e vuole indicare la risposta dell'organismo alla variazione delle condizioni ambientali.
Nella terminologia anglosassone è stato coniato il termine di «acclimation» per indicare modificazioni ambientali artificialmente indotte a livello di laboratorio, ad esempio un locale ove si ricreano le condizioni ambientali tipiche dei 5000 m di quota.

TRASPORTO DI OSSIGENO IN QUOTA
Sino a un'altezza di circa 3000 m, la saturazione percentuale dell'emoglobina diminuisce di poco rispetto al livello del mare a causa della forma della curva di dissociazione dell'emoglobina stessa.
Ad esempio, a 2000 m, la pressione alveolare dell'ossigeno è ridotta a 78 mmHg, rispetto a 100 mmHg a livello del mare, ma la saturazione percentuale dell'emoglobina è ancora del 90% circa, mentre a livello del mare sarebbe di 95-98%.
Malgrado questa piccola differenza non influisca sulla vita normale, essa assume maggior importanza nel corso di attività aerobica intensa.
Su questa base si spiegano le prestazioni relativamente mediocri ottenute nelle discipline a elevata componente aerobica, fondo e mezzofondo, alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968, tenuto conto che la città si trova a un'altezza di 2300 m. In effetti non fu stabilito alcun record in prove di durata superiore ai due minuti e mezzo.



Variazioni delle condizioni ambientali e delle variabili fisiologiche con l'aumentare dell'altezza. (Pao, pressione parziale dell'ossigeno nel sangue arterioso; Pac02, pressione parziale dell'anidride carbonica nel sangue arterioso; Pio, pressione parziale dell'ossigeno nell'aria inspirata; Sa02, saturazione in ossigeno del sangue arterioso).
(da Kollias, J. e Buskirk, E.: Exercise at altitude. In Science and Medicine of Exercise and Sports.)

Viceversa, le prove di scatto e potenza, quindi velocità, salti e lanci, a elevata componente anaerobica non sono influenzate negativamente dall'alta quota, anzi, la ridotta densità dell'aria può favorire la prestazione.
Ad altezze elevate, come sulle Ande e sull'Himalaya, la bassa pressione parziale dell'ossigeno e quindi la bassa saturazione percentuale dell'emoglobina rende molto faticoso il lavoro fisico.
Ad esempio, l'esposizione acuta a un'altezza di 4300 m causa una riduzione del 32% della capacità aerobica rispetto al livello del mare. Sopra i 5000 m non è possibile vivere in modo continuo.
Inoltre, spesso la pratica dell'alpinismo al di sopra di questa quota viene effettuata mediante l'ausilio di bombole di ossigeno.
A 5500 m, la pressione parziale dell'ossigeno a livello arterioso è di 38 mmHg e la saturazione dell'emoglobina è del 73%.
Al di sotto di questa saturazione la curva didissociazione dell'emoglobina diventa molto ripida, pertanto un ulteriore aumento dell'altezza comporta un brusco calo della saturazione percentuale dell'emoglobina.
Alcuni alpinisti hanno comunque vissuto per settimane ad altezze intorno ai 6700 m senza ausilio di ossigeno.
È stato anche riferito che due membri di una spedizione svizzera all'Everest hanno trascorso due ore in vetta senza fare uso di ossigeno.
Se vera, si tratta di una prestazione veramente eccezionale, considerando che la pressione parziale dell'ossigeno nel sangue arterioso è solamente di 25 mmHg e la saturazione dell'emoglobina del 58%; nelle stesse condizioni un soggetto non acclimatato perderebbe conoscenza in 30 S.
Per soggetti acclimatati, esposti a un'altezza corrispondente alla vetta dell'Everest, si è riscontrata una riduzione del 70% del massimo consumo di ossigeno, da 4.3 a 1. 17 L . min-1, e normalizzando i dati per unità di massa corporea, da 49.1 a 15.3 mL • kg-1 • min.
Un simile valore di potenza aerobica è riscontrabile in un soggetto di 70-80 anni! Le prestazioni eccezionali in quota rappresentano un' eccezione e non una regola, tuttavia dimostrano la grande capacità di adattamento e di lavoro in condizioni estreme.

ACCLIMATAZIONE
Nella storia dell'alpinismo extraeuropeo, si era capito che era necessario un lungo periodo di acclimatazione per portarsi a quote elevate.
Il complesso delle modificazioni indotte dall'esposizione all'ipossia costituisce il quadro dell'acclimatazione, le modificazioni sono ovviamente finalizzate a migliorare la condizione di vita e la capacità di lavoro.
L'entità dei processi di acclimatazione dipende dalla quota di esposizione.
Una buona acclimatazione a quote intermedie è solo una tappa verso l'acclimatazione a quote elevate.
Popolazioni normalmente residenti a quote intermedie presentano una minor diminuzione della capacità di lavoro quando si spostano a quote più elevate, rispetto a soggetti normalmente residenti a basse quote.
La Tabella riassume alcuni aspetti dell'acclimatazione; come si vede alcune risposte sono di tipo acuto, si verificano cioè immediatamente dopo l'esposizione all'alta quota, mentre altre richiedono tempo, settimane o mesi.
La velocità della risposta organica di adattamento dipende dall'altezza e quindi dal grado di ipossia; esiste però una grande variabilità di risposta interindividuale e, in effetti, il processo di acclimatazione può essere più o meno rapido o completo paragonando i vari soggetti.
La cascata di ossigeno a livello del mare e a 4300m di altezza

ADATTAMENTI A BREVE E LUNGO TERMINE ALL'IPOSSIA DA ALTA QUOTA

Sistema A breve termine A lungo termine
- Risposta ventilatoria
- Risposta cardiovascolare
- Iperventilazione
- Iperventilazione causa riduzione della CO, quindi alcalosi dei fluidi corporei
- Aumento della frequenza cardiaca in condizioni submassimali
- Aumento della gittata cardiaca in condizioni submassimali
- La gittata pulsatoria rimane invariata o è leggermente diminuita
- La gittata cardiaca massima rimane invariata oppure diminuisce leggermente
- Iperventilazione
- I reni provvedono a eliminare bicarbonati per compensare l'alcalosi respiratoria
- La frequenza cardiaca rimane elevata
- La gittata cardiaca in condizioni submassimali ritorna al valore corrispondente al livello del mare
- Riduzione della gittata pulsatoria
- Riduzione della massima gittata cardiaca
- Quadro ematico
- Risposte locali
- Diminuzione del volume plasmatico
- Aumento dell'ematocrito
- Aumento della concentrazione dell'emoglobina Aumento del numero totale dei globuli rossi
- Possibile aumento della densità dei capillari nei muscoli scheletrici
- Aumento di 2,3-DPG nei globuli rossi
- Aumento del numero dei mitocondri
- Aumento degli enzimi della via aerobica


RISPOSTA ACUTA ALL'IPOSSIA
Se ad esempio prendiamo un soggetto acutamente esposto a un'altezza di 2300 m, si possono dimostrare rapide e precise risposte funzionali di compenso all'ipossia che si manifesta con una riduzione della pressione parziale di ossigeno a livello alveolare.
Le principali risposte sono:
  • L' iperventilazione scatenata dallo stimolo ipossico.
  • Un aumento della gittata cardiaca
L'iperventilazione
L'iperventilazione rappresenta la risposta più chiara riscontrabile nei soggetti normalmente residenti a bassa quota quando vengono esposti acutamente all'ipossia.
L'ipossia stessa costituisce stimolo all'iperventilazione.
Lo stimolo ipossico è rilevato da recettori particolari, detti chemocettori, disposti a livello della biforcazione della carotide comune e a livello dell'arco aortico.
La stimolazione di questi recettori, sensibili a una riduzione della pressione parziale di ossigeno nel sangue arterioso, evoca una scarica afferente che stimola a sua volta i centri respiratori bulbari, questi ultimi realizzano l'iperventilazione tramite l'attivazione dei muscoli respiratori.
Come trattato nel capitolo relativo alla respirazione, l'iperventilazione si attua con un aumento della profondità e della frequenza del respiro.
Un'iperventilazione realizza sostanzialmente un maggior ricambio dell'aria alveolare. Poiché l'aria alveolare riceve continuamente l'anidride carbonica dal sangue venoso in arrivo agli alveoli mentre l'aria ambiente è praticamente priva di anidride carbonica, un maggior ricambio dell'aria alveolare si traduce in un relativo impoverimento di anidride carbonica da parte dell'aria alveolare stessa e un suo arricchimento in ossigeno; ne deriva una maggior pressione parziale di ossigeno che si traduce in una maggior saturazione dell'emoglobina.
In pratica, in condizione di bassa pressione parziale dell'ossigeno, l'iperventilazione consente di ottenere una pressione parziale alveolare dell'ossigeno leggermente superiore rispetto a quella che si avrebbe in assenza di iperventilazione.
Anche se la differenza, in termini di mmHg non è enorme, questo spiega comunque l'accanimento dell'organismo nel cercare di mantenere la pressione parziale di ossigeno il più elevata possibile.
Vi è in effetti il suggerimento che maggiore è la risposta in termini di iperventilazione di un soggetto all'ipossia, migliore è la sua performance in quota.
È opinione del traduttore che questa è solo un'ipotesi che contrasta con un'altra evidenza, e cioè che le popolazioni residenti in quota così come i migliori alpinisti extraeuropei hanno una risposta all'ipossia meno inarcata, in inglese si dice blunted.
Se rimane vero che l'iperventilazione rappresenta la risposta funzionale finalizzata a migliorare le condizioni di ossigenazione del sangue, è però del tutto possibile che alcuni individui tollerino meglio la condizione di ipossia e pertanto rispondano meno allo stimolo ipossico pur realizzando una performance migliore.
In effetti, il tessuto che principalmente soffre dell'ipossia non è quello muscolare ma quello nervoso e vi sono precise indicazioni che il limite alla performance in quota è più legato alla tolleranza all'ipossia del sistema nervoso centrale piuttosto che dei muscoli; in altri termini, le gambe potrebbero ancora andare se il soggetto non perdesse conoscenza.

Aumento della gittata cardiaca
Nelle prime fasi dell'acclimatazione all'alta quota si verifica un aumento della frequenza e della gittata cardiaca per carichi submassimali dell'ordine del 50% rispetto al livello del mare; non vi sono invece variazioni della gittata pulsatoria.
A parità di potenza meccanica espressa, il costo energetico di un esercizio è uguale in quota e a livello del mare; pertanto, l'aumento della gittata cardiaca riflette la soluzione funzionale adottata dall'organismo per aumentare, in condizioni di ipossia, l'apporto di ossigeno ai tessuti.
Questo vantaggio si riflette in una minor desaturazione del sangue nel passare da arterioso a venoso.
Infatti, ad esempio, un aumento del 10% della gittata cardiaca comporta (a riposo e per carichi di lavoro leggeri) una riduzione di circa uguale entità della differenza arterovenosa in ossigeno.
É stata paragonata la condizione relativa a un carico di lavoro di 100 watt effettuato a livello del mare e in quota (4300 m).
Come si vede, il costo energetico del lavoro è esattamente lo stesso alle due altezze e cioè 2 L • min-1; però, a causa della riduzione della massima potenza aerobica, il consumo di ossigeno relativo al lavoro costituisce il 50% del massimo a livello del mare e il 70% del massimo in quota; pertanto in quota lo stesso lavoro è relativamente più faticoso.
In quota si verifica anche un aumento della pressione arteriosa sistemica attribuibile a un aumento del livello delle catecolamine plasmatiche che riflette una condizione di maggior attivazione simpatica.



La figura a lato riporta i dati relativi all'escrezione urinaria di adrenalina e noradrenalina a livello del mare e nel corso di 7 giorni di esposizione a 4300 m.
Come si vede non vi sono consistenti variazioni nell'eliminazione di adrenalina ma un considerevole aumento nell' eliminazione della noradrenalina.
In effetti, l'eliminazionedi noradrenalina rimane elevata per almeno una settimana dopo il ritorno sul livello del mare.
Anche in presenza di iperventilazione la saturazione dell'emoglobina del sangue arterioso diminuiva dal 96% (valore a livello del mare) al 70%. Nel corso del lavoro submassimale. l'organismo compensava con l'aumento della gittata cardiaca alla riduzione della saturazione dell'emoglobina.
L' aumento della gittata cardiaca si realizzava mediante un aumento della frequenza cardiaca in quanto la gittata pulsatoria rimane inalterata nel corso dell'esposizione acuta all'ipossia.
Come si vede, il consumo di ossigeno in quota è uguale a quello a livello del mare per carichi submassimali.
La grossa differenza è invece riscontrabile nel corso del lavoro massimale in alta quota ove il massimo consumo di ossigeno era ridotto del 72% circa.
Infatti, in queste condizioni, la massima ventilazione e la massima gittata cardiaca non sono in grado di fornire ossigeno in misura proporzionale all'aumento del fabbisogno energetico.
Questo si rileva infatti dalla differenza artero-venosa in ossigeno che non aumenta nel lavoro massimale in quota tanto quanto nel lavoro massimale a livello del mare.
La figura sotto illustra la relazione tra ventilazione polmonare e consumo di ossigeno a varie altezze (da livello del mare sino a 4000 m).

Come si vede, la pendenza della relazione aumenta progressivamente con l'aumentare dell'altezza, il che indica che il compenso respiratorio all'ipossia di grado crescente è più che proporzionale.

PROBLEMI MEDICI LEGATI ALL'ALTA QUOTA
L'ipossia comporta il rischio di alcune complicazioni di carattere medico, comuni tanto ai nativi e residenti in alta quota quanto ai soggetti che si recano occasionalmente in alta quota ma sono normalmente residenti a livello del mare. Alcuni di questi problemi sono di lieve entità e si risolvono spontaneamente nel corso di alcune ore o giorni inoltre dipendono dalla velocità di ascesa.
Altri problemi invece sono di maggior gravità e possono in effetti costituire un serio pericolo per la vita.
Vi sono tre quadri patologici principali che si possono riscontrare a carico di chi si spinge ad altezze elevate: a) il mal di montagna acuto (Acute Mountain Sickness, o AMS) che rappresenta di gran lunga la forma più comune, b) l'edema polmonare da alta quota (High Altitude Pulmonary Edeina, HAPE), quadro grave che si può risolvere se il soggette viene rapidamente riportato a bassa quota, c) edema cerebrale da alta quota (High Altitude Cerebral Edema, HACE), quadro grave e spesso mortale se non diagnosticato precocemente e trattato adeguatamente.



La figura illustra la riduzione percentuale delle facoltà cognitive per vari tipi di stimoli sensoriali in funzione dell'altezza e quindi della riduzione della pressione parziale dell'ossigeno nell'aria inspirata e della saturazione percentuale dell'emoglobina.
La riduzione di dette facoltà è variabile, nel caso della stimolazione luminosa va da un 5% a circa 1500 m sino al 25% a 3000 in; a questa altezza si verifica anche una riduzione del 30% dell'acuità visiva.
A 6000 m, la riduzione del tempo di reazione e della capacità di eseguire semplici azioni concatenate è ridotta del 25%.

Mal di montagna acuto
Malgrado il compenso respiratorio e cardiocircolatorio che si verifica nell' esposizione acuta all' ipossia, molti soggetti lamentano una sintomatologia nei primi giorni trascorsi oltre i 3000 m.
Il quadro si sviluppa più facilmente nei soggetti che salgono rapidamente in quota, così da non dar tempo allo sviluppo dei processi di acclimatazione.
I sintomi, che in genere si risolvono nell'arco di pochi giorni, includono emicrania (il sintomo di gran lunga più comune, presumibilmente legato a una vasodilatazione cerebrale), senso di stordimento, nausea, stitichezza, vomito, riduzione della diuresi (anche se l'apporto di acqua è normale), disturbi visivi, insonnia e debolezza generale. L'inizio dei sintomi si verifica in genere 4-12 ore dopo l'arrivo in quota e i sintomi scompaiono dopo pochi giorni.
Nella maggioranza dei casi i sintomi vengono accusati oltre i 3000 m, ma in pochi casi anche sui 2500 m.
Durante una rapida ascesa oltre i 4000 m, praticamente si verifica sempre una sintomatologia di vario grado di AMS.
Un altro sintomo che si verifica nei primi giorni di permanenza in quota è la soppressione dell'appetito che può essere tale da comportare una riduzione dell'apporto calorico del 40%, con conseguente perdita di massa magra.
In questi primi giorni in genere i soggetti gradiscono una dieta povera di sali e ricca di carboidrati.
Il vantaggio della dieta sta nel fatto che il potere calorico dell'ossigeno è maggiore per i carboidrati rispetto ai lipidi ( 5 contro 4.7 kcal • L -1 di ossigeno).
Una dieta ricca di carboidrati facilita l'adattamento all'alta quota, riduce la gravità del quadro di mal di montagna acuto, contiene la riduzione di performance nella fasi iniziali dell'esposizione all'alta quota.
Nei soggetti affetti da mal di montagna acuto, l'attività fisica, anche di lieve grado, può essere insostenibile.
Con l'acclimatazione, la gravità dei sintomi si riduce, contemporaneamente migliorano le capacità di lavoro e la resistenza la lavoro stesso.
La miglior prevenzione del mal di montagna acuto è rappresentata dal salire lentamente, sostando sui 3000 m, e salendo ancora più lentamente oltre questa quota.
Nei primi giorni di esposizione conviene ridurre il carico di lavoro.

Edema polmonare da alta quota (HAPE)
Per ragioni tuttora non completamente chiarite, circa il 2% della popolazione esposta a quote superiori ai 3000 m, presenta il quadro dell'edema polmonare da alta quota.
I sintomi si manifestano in genere da 12 a 96 ore dopo l'arrivo in quota con velocità di ascesa elevata.
Il quadro comporta travaso di liquido dal microcircolo verso i tessuti interstiziali e, nel caso dei polmoni, negli alveoli (edema polmonare).
Spesso il quadro è complicato anche dall'edema cerebrale.
I sintomi iniziali non sono gravi; senso di affaticamento generale, dispnea nel corso del lavoro, tosse secca persistente con caratteristiche irritatine, senza catarro e in assenza di preesistente infezione delle vie aeree, dolore toracico retrosternale, emicrania e nausea. Un sintomo patognomonico è la forte riduzione della diuresi, sintomo patognomonico di edema polmonare incipiente.
L'auscultazione del torace rivela l'esistenza di rantoli.
L'ederna polmonare può colpire anche soggetti apparentemente normali e ben acclimatati al di sopra dei 5500 m, è in qualche modo correlabile all'aumento della pressione nell'arteria polmonare.
L'umico valido trattamento dell'edema polmonare da alta quota consiste nel riportare rapidamente il soggetto a bassa quota, rimuovendo il quadro ipossico.
La disponibilità di ossigeno aiuta a migliorare il quadro ma non è risolutiva in quanto la scorta di ossigeno è ovviamente limitata.
Sono di grande utilità le camere iperbariche pneumatiche, gonfiabili rapidamente in caso di necessità. ove il soggetto può essere collocato in attesa del miglioramento delle condizioni generali che ne consentano un successivo trasporto a valle.
Non sembrano esistere rischi nel praticare attività fisica molto impegnata sin verso i 2.500m, infatti nell'arco di 10 anni prima delle Olimpiadi del 1968 a Città del Messico, non sono mai stati riportati casi di edema polmonare nei circa 10 000 atleti che hanno effettuato gare a questa altezza.

Edema cerebrale da alta quota (HACE)
Questo quadro, se non trattato, può essere di gravità tale da portare a coma e morte.
I sintomi iniziali sono simili a quelli del mal di montagna acuto e dell'edema polmonare, ma la gravità si rivela subito maggiore.
Il quadro colpisce circa 1'1% dei soggetti che si recano oltre i 2700 m.
Oltre al quadro di prostrazione generale, si hanno disturbi della visione, disturbi della minzione e dell'evacuazione, perdita di coordinazione neuro-muscolare, emiparesi, perdita dei riflessi, stato confusionale.
La patogenesi dell'edema cerebrale è simile a quella di altri edemi, in quanto comporta un aumento della filtrazione di liquido dal microcircolo e un suo accumulo nel tessuto interstiziale.
L'aumento di filtrazione riflette molto presumibilmente un aumento di permeabilità dell'endotelio capillare dovuto all'ipossia.
Lo stato di edema interstiziale è rapidamente lesivo sulle cellule del tessuto nervoso centrale.
La diagnosi deve essere tempestiva e il trattamento consiste nel rapido trasporto del paziente a bassa quota.

Altre complicazioni legate all'esposizione all'alta quota
Oltre ai quadri di mal di montagna acuto, di edema polmonare e cerebrale, occorre menzionare anche un'altra complicazione e cioè l'emorragia retinica, che si verifica al di sopra dei 6000 m.
Il soggetto presenta il tipico sintomo di vedere una «mosca» nel campo visivo.
Se l'emorragia si verifica nella zona centrale della macula, ove sono principalmente presenti i recettori alla luce, il difetto visivo può essere irreversibile.
Le emorragie retiniche rientrano nel quadro generale dell'alterazione degli scambi di liquido tra microcircolo e tessuti, pertanto nel quadro generale della fisiopatologia dell'edema.
Si ritiene che un fattore patogenetico importante sia rappresentato dall'aumento della pressione nel microcircolo retinico, complicato dall'attività fisica.
In genere, soggetti che non presentano alterazioni elettrocardiograficbe a livello del mare non presentano alterazioni neppure ad altezze simulate in camera ipobarica anche durante lavoro massimale.
Si consiglia grande cautela per soggetti coronaropatici e in particolare pazienti con scompenso cardiaco sinistro nell'esposizione all'alta quota.

Disidratazione
La perdita di liquidi attraverso la respirazione è elevata in quota a causa della relativa secchezza dell'aria e della bassa temperatura.
L'aria inspirata viene infatti umidificata e riscaldata nel passaggio nelle vie aeree, il vapore acqueo di cui si arricchisce viene poi perso con l'aria espirata.
Aumenta anche l'evaporazione dell'acqua dalla superficie corporea; i sintomi della disidratazione si manifestano con secchezza delle labbra, delle fauci e delle prime vie aeree.
La disidratazione aumenta ovviamente in caso di lavoro a causa dell'incremento della ventilazione e della sudorazione.
È quindi importante poter disporre di abbondanti liquidi per la reidratazione.

ADATTAMENTI A LUNGO TERMINE NELL'ESPOSIZIONE ALL'ALTA QUOTA
Come abbiamo visto, i principali adattamenti immediati all'ipossia da alta quota sono rappresentati dall'iperventilazione e dall'aumento della gittata cardiaca.
Tuttavia, con il procedere del tempo di esposizione, si verificano altri adaltamenti che si sviluppano più lentamente.
In particolare questi adattamenti sono:
  • Variazioni dell'equilibrio acido base legate all'iperventilazione
  • Aumento del numero dei globuli rossi e della concentrazione di emoglobina, modificazioni della microcircolazione tissutale e di alcuni aspetti del metabolismo cellulare
Questi adattamenti sono finalizzati al miglioramento delle varie funzioni cellulari in ipossia cronica e si verificarlo in seguito a esposizione dai 3000 m in su.

Variazioni dell'equilibrio acido-base
L'iperventilazione, come già accennato, genera un aumento della pressioni parziale di ossigeno a livello alveolare e una concomitante riduzione della pressione parziale di anidride carbonica.
Pertanto, aumenta il gradiente di pressione che causa la diffusione dell'anidride carbonica dal sangue venoso verso gli alveoli e questo causa una maggior perdita di questo gas da parte dell'organismo.
Ad esempio, a 5000 m, la pressione alveolare dell'anidride carbonica è di circa 24 mmHg, rispetto ai 40 mmHg a livello del mare.
Come discusso nel capitolo 13, il pH del sangue può essere descritto nei termini del rapporto tra concentrazione dello ione bicarbonato (HCO-3) e di anidride carbonxa (CO,); questo rapporto è normalmente di 20/1.
Nel caso A un aumento della diffusione di anidride carbonica a livello alveolare, a parità di livello metabolico, si verifica una riduzione della concentrazione di questo gas nel sangue e di conseguenza un aumento del rapporto HCO-:3/CO, da cui deriva un amnento del pH plasmatico, condizione definita come alcalosi.
Poiché l'alcalosi è primariamente legata a un adattamento di tipo respiratorio, l'iperventilazione appunto. si parla di alcalosi di tipo respiratorio.
L'iperventilazione e mantiene per il tutto il tempo di esposizione all'alta quota pertanto l'organismo si trova a dover fronteggiare una condizione di alcalosi respiratoria cronica. Come abbiamo già avuto modo di dire, l'organismo non tollera altro che minime variazioni del pH e pertanto deve mettere in atto un meccanismo atto a riportare il pH al suo valore normale.
In condizioni di alcalosi respiratoria, i reni eliminano bicarbonati con le urine, il che riporta il rapporto HCO-3/CO2 a valore normale di 20/1 e questo riporta il ph a 7.4.
Si noti che il rapporto di 20/1 si ottiene riducendo la disponibilità di bicarbonati, condizione definita come di acidosi metabolica.
Se la pressione parziale dell'anidride carbonica a livello alveolare fosse dimezzata (come ad esempio a 5000 m), sarebbe proporzionalmente diminuita la quota di anidride carbonica presente nel plasma, pertanto, per riportare il rapporto HCO3/CO, al suo valore normale di 20/1 occorre dimezzare la concentrazione plasmatici dei bicarbonati.
L' eliminazione dei bicarbonati da parte del rene comporta che le urine siano alcaline, normalmente esse sono acide. il processo si stabilizza in un paio di settimane.
L' importante conseguenza funzionale dell'eliminazione di bicarbonati è che in ipossia cronica l'organismo dispone di una minor capacità di tamponamento nei confronti dell'acidosi, in particolare nei confronti della produzione di acido lattico.
L'equilibrio respiratorio nella fase di assestamento del pH è piuttosto perturbato.
Lipossia induce iperventilazione, ma se questa è troppo inarcata causa alcalosi tale da inibire l'attività respiratoria.
Il soggetto smette allora di respirare, ma questo causa dopo poco accumulo di anidride carbonica il che scatena di nuovo iperventilazione e via di questo passo, con un'alternanza di iperventilazione e sospensione della respirazione che prende il nome di respiro periodico.
Il respiro periodico è particolarmente evidente nel sonno, fase nella quale già di per sé l'attività respiratoria è piuttosto irregolare.

Riduzione della capacità di tamponamento e «paradosso» dei lattati
Come accennato sopra, in seguito alla riduzione dei bicarbonati si ha una riduzione della capacità di tamponamento del sangue.
Questo comporta che, anche se la via glicolitica anaerobica è perfettamente funzionante, si ha una limitazione della capacità di produzione di acido lattico, in quanto il suo accumulo causa una maggior deviazione del pH verso l'acidosi.
Infatti, sopra i 4000 m si osserva una marcata riduzione della produzione di lattato durante lavoro massimale.
Il fenomeno della ridotta produzione di lattato in alta quota è stato anche definito come paradossale.
Infatti, ci si potrebbe aspettare che in ipossia aumenti la produzione di acido lattico.
Si noti che in quota non si ha un aumento del rilascio di ossigeno a livello dei tessuti: quindi coesiste una condizione di ipossia e di relativa incapacità alla produzione di acido lattico.
Quest'ultimo fatto è stato attribuito a una minor capacità delle catecolamine di innescare la glicolisi anaerobica.
Un'altra possibilità è la riduzione dell'attivazione motoria corticale che non consente l'estrinsecazione della massima potenza.
Vi è anche chi sostiene che un minor aumento della concentrazione di acido lattico non sia correlabile con una ridotta capacità di tamponamento.
Quest'interpretazione è ovviamente in contrasto con l'osservazione che l'aumento della disponibilità di bicarbonati comporta la possibilità di un maggior aumento dei lattati nel corso di un lavoro massimale.

Variazioni a carico del sangue
Un altro aspetto tipico dell'esposizione cronica all'alta quota è l'aumento della capacità di trasporto dell'ossigeno da parte del sangue.
Due fattori sono alla base di questo adattamento funzionale: a) una riduzione della massa plasmatica e b) un aumento delle sintesi di globuli rossi e quindi anche di emoglobina.

Riduzione della massa plasmatica
Nei primi giorni di esposizione all'alta quota si verifica una variazione nella distribuzione dell'acqua tra i compartimenti liquidi dell'organismo, infatti si ha un passaggio di acqua dal compartimento plasmatico a quello interstiziale (situazione edemigena di cui si è ampiamente parlato) e a quello intracellulare: questo causa un aumento dell'ematocrito.
Si ricorda brevemente che in un soggetto del peso medio di 70 kg vi sono circa 3 L di acqua nel plasma, 14 L nel fluido extracellulare o interstiziale e 30 L nel fluido intracellulare.
Ad esempio dopo una settimana a 2300 m si verifica una riduzione dell'8% della massa plasmatica, l'ematocrito aumenta del 4% e la concentrazione dell'emoglobina del 10%. Dopo una settimana a 4:300 m. la riduzione del volume plasmatico è del 16-25%. l'aumento dell'ematocrito è del 6% e quello dell'emoglobina del 20.
La riduzione del volume plasmatico e l'aumento della concentrazione dell'emoglobina comportano un aumento della capacità di trasporto dell'ossigeno da parte del sangue. Durante il processo di acclimatazione si verifica in genere un aumento della diuresi che comporta una riduzione del volume di acqua corporea.
Aumento del numero dei globuli rossi l' ipossia stimola una sintesi di globuli rossi da parte del midollo osseo che porta a policitemia.
La risposta è mediata dall'ormone eritropoietina prodotto a livello renale entro 15 h dall'esposizione allo stimolo ipossico.
Nelle successive settimane il midollo osseo aumenta la produzione di globuli rossi e questa condizione si mantiene sinché il soggetto rimane in alta quota.
Ad esempio, un minatore delle miniere delle Ande che vive permanentemente sopra i 4000 m, possiede normalmente un numero di globuli rossi del 38% superiore rispetto a soggetto che vive a livello del mare.
Si riportano casi di concentrazione dei globuli rossi dell'ordine di 8 milioni • inn_1;3, rispetto ai 5 milioni • mm-3 a livello del mare.
I dati della spedizione all'Everest del 1973 indicano che dopo acclimatazione a 6500 m, la concentrazione dell'emoglobina aumentava del 40% mentre l'ematocrito aumentava del 66%.
Presumibilmente questi valori corrispondono a un processo di acclimatazione ottimale. Infatti, un ulteriore aumento della concentrazione dei globuli rossi comporterebbe due svantaggi, un eccessivo aumento della viscosità del sangue, da cui risulta una limitazione della massima gittata cardiaca, e un impacchettamento dei globuli rossi a livello capillare che finisce per ostacolare il processo della diffusione dell'ossigeno.
La policitemia comporta un aumento della capacità di trasporto dell'ossigeno da parte del sangue.
Ad esempio, nel caso dei residenti in alta quota del Perù, la capacità di trasporto è aumentata del 28% rispetto a coloro che vivono a bassa quota.
In alpinisti ben acclimatati, la capacità di trasporto è di 25-31 mL • 100 mL` di sangue, rispetto a 19.7 mL • 100 mL` a livello del mare.
Questo fatto comporta che, anche se l'enioglobiria non è saturata al 100%. a causa dell'ipossia, la concentrazione di ossigeno nel sangue arterioso in quota è simile a quella a livello del mare, ove l'emoglobina è invece satura al 100%.
La figura illustra l'andamento dell'ematocrito e della concentrazione dell'emoglobina nel corso dell'acclimatazione.

I dati si riferiscono a otto giovani studentesse dell' Università del Missouri che trascorsero 10 settimane alla sommità del Pikes Peak (4267 rn).
Ogni soggetto riceveva un'integrazione di ferro in quanto precedenti ricerche avevano indicato che nelle donne le modificazioni eniatolokriche in seguito all'esposizione all'ipossia erano meno marcate rispetto ai maschi.

A. Effetto dell'altitudine sull'emoglobina e sull'ematocrito in 8 giovani donne prima, durante e 2 settimane dopo l'esposizione a un'altezza di 4267 m.
B. Variazioni dell'ematocrito in giovani donne cui era stato somministrato ferro prima e durante l'esposizione all'alta quota rispetto a soggetti maschi e femmine cui non era stato somministrato ferro.

Come si vede, si verifica un progressivo aumento della concentrazione dell'emoglobina e dell'ematocrito con la permanenza in quota, sostanzialmente gli adeguamenti si stabilizzano dopo 30 giorni.
Dopo due settimane dal ritorno a bassa quota le modificazioni scompaiono.
Come illustrato dalla figura, l'integrazione di ferro è utile nelle donne: migliora la situazione basale a bassa quota e migliora la risposta in termini di adattamento all'alta quota.
Questo fatto non è sorprendente, in quanto è del tutto comune che le donne manifestino una carenza di ferro.
È evidente dalla figura il vantaggio offerto dall'integrazione di ferro considerando l'andamento dell'ematocrito durante la climatazione nel gruppo di donne che ricevevano zinne rispetto a quelle che non la ricevevano.
Come si vede il processo di acclimatazione è più marcato nei maschi, che presentano già a livello basale una situazione più favore.
Pertanto, i dati della figura indicano che la risposta ematologica all'esposizione all'alta quota dipende dalla condizioni di partenza a livello del mare; non vi è da aspettarsi un processo di acclimatazione vivace se esiste relativa carenza di ferro.

Adattamenti cellulari
Un punto di particolare interesse è sapere se in condizioni di estrema ipossia le cellule sono in grado di sviluppare adattamenti funzionali che consentono una miglior estrazione dell'ossigeno e quindi il normale funzionamento della via ossidativa.
Ad esempio, risulta che la densità dei capillari nei muscoli scheletrici sia superiore negli animali che vivono permanentemente in alta quota.
Questo adattamento funzionale aumenta la superficie di diffusione dell'ossigeno a livello dei tessuti e riduce anche la distanza che l'ossigeno deve coprire per raggiungere i mitocondri.
Biopsie muscolari nell'uomo rivelano un aumento della concentrazione dell'emoglobina del 16% in seguito ad acclimatazione.
Inoltre, è stato dimostrato un aumento del numero dei mitocondri e della concentrazione degli enzimi della via aerobica.
Questi adattamenti facilitano l'assunzione dell'ossigeno e la sua entrata nella catena ossidativi in condizioni di ipossia.
Nelle popolazioni native in alta quota, la curva di dissociazione dell'emoglobina è spostata verso destra, il che indica una minor affinità dell'emoglobina per l'ossigeno: questo favorisce, a parità di pressione parziale di ossigeno, il rilascio di ossigeno ai tessuti. Questo adattamento riflette l'aumento di concentrazione di 2,3-difosfoglicerato (2,3- DPG) all'interno dei globuli rossi che si verifica in seguito a esposizione prolungata all'alta quota.
Un aumento del 2,3-DPG insieme all'aumento della concentrazione di emoglobina realizzano una condizione ottimale per il trasporto e il rilascio dell'ossigeno nei soggetti acclimatati.
Per riassumere, tale situazione è la seguente:
  • L'aumento della concentrazione di emoglobina aumenta la capacità di trasporto dell'ossigeno, analogamente a quanto si verifica in seguito a emotrasfusione in un atleta o in un anemico in seguito a trasfusione
  • L'aumento del 2,3-DPG diminuisce l'affinità dell'emoglobina per l'ossigeno da cui dipende una maggior liberazione di ossigeno a livello dei tessuti.
Variazioni della composizione e della massa corporea
Un'esposizione di lunga durata all'alta quota causa una riduzione marcata della massa corporea, sia per quanto riguarda la componente magra che quella grassa; l'entità delle variazioni è proporzionale alla quota di esposizione.
Riportiamo ad esempio i dati relativi a uno studio effettuato su sei soggetti maschi in camera ipobarica per 40 giorni simulando l'ascesa alla vetta dell'Everest.
L'assunzione calorica giornaliera diminuiva del 43%. cui corrispondeva una riduzione del 7.4% della massa corporea, principalmente a carico della massa magra.
Oltre a una riduzione dell'introito calorico giornaliero, si osservò una riduzione della capacità di assorbimento intestinale che pertanto concorreva a spiegare la riduzione della massa corporea.
Un ulteriore fattore che causava riduzione della massa era costituito dall'aumento del metabolismo basale.
Ovviamente, è possibile compensare il bilancio calorico negativo sforzandosi di alimentarsi vincendo la tipica sensazione di mancanza di appetito.

LA DURATA DEL PERIODO DI ACCLIMATAZIONE
La lunghezza del periodo di acclimatazione varia con l'altezza; inoltre l'acclimatazione a una determinata quota rappresenta solamente una tappa verso un ulteriore completamento del processo di acclimatazione se ci si porta a quote superiori.
In linea generale, occorrono due settimane per acclimatarsi a una quota di 2300 m. Successivamente, è necessario calcolare una settimana per ogni 500-600 m di quota fino intorno ai 4600 m.
Per gli atleti che intendono competere in quota, un intenso periodo di allenamento deve iniziare precocemente nel corso del periodo di acclimatazione.
Questo minimizza un possibile effetto deallenante, in quanto è in effetti relativamente difficile dedicarsi ad allenamenti pesanti nei primi giorni di esposizione.
I processi di acclimatazione si spengono dopo 2-3 settimane al ritorno a livello del mare.

CAPACITA DI LAVORO E POTENZIALITÀ FISIOLOGICHE E METABOLICHE IN ALTA QUOTA
L'esposizione all'alta quota comporta limitazioni della capacità di lavoro e delle funzioni fisiologiche connesse.
Anche a quote relativamente basse, gli adattamenti funzionali corporei con sono in grado di compensare completamente la riduzione della pressione parziale dell'ossigeno.
Alcuni parametri funzionali, in particolare la gittata pulsatoria e la frequenza cardiaca massima sono alterati in modo tale che ne deriva una riduzione del massimo consumo di ossigeno.

MASSIMO CONSUMO DI OSSIGENO
Sino a circa 1500 m, non si ha riduzione del massimo consumo di ossigeno. Successivamente, il massimo consumo di ossigeno diminuisce in modo lineare di circa il 10% per ogni 1000 m di dislivello.
Pertanto. a 4000m il massimo consumo di ossigeno è ridotto al 70% del corrispondente valore a livello del mare; a circa 6000 m sarebbe la metà mentre in vetta all'Everest sarebbe ridotto a 1 L -min.
Questa potenza aerobica consentirebbe un'erogazione di potenza meccanica al cicloergometro di 50 watt.
La riduzione della massima potenza aerobica si verifica in ugual misura in soggetti allenati e non, pertanto il fatto di essere ben condizionati fisicamente non previene la riduzione di potenza aerobica.
Questo non toglie che per un individuo ben allenato uno sforzo in quota risulta comunque meno faticoso rispetto a un individuo meno allenato, ciò in quanto lo stesso carico di lavoro può essere sostenuto con un consumo di ossigeno che rappresenta una frazione inferiore rispetto al massimo consumo di ossigeno.

Riduzione del massimo consumo di ossigeno, espresso in percen­tuale rispetto al valore a livello del mare, in funzione dell'altezza. Sino a un'altezza di 1500 m, la ca­pacità aerobica non è sostanzialmente modificata. Successivamente, si verifica un calo lineare della massima capacità aerobica stimabile in circa il 10% ogni 1000 m di quota.

FATTORI CIRCOLATORI
Anche dopo parecchi mesi di acclimatazione, il massimo consumo di ossigeno rimane significativamente inferiore rispetto al livello del mare.
Questo si verifica in quanto i benefici del processo di acclimatazione sono in un certo senso vanificati da forti limitazioni cardiovascolari nel lavoro submassimale e massimale.

Lavoro submassimale
La risposta immediata in seguito all'esposizione all'alta quota consiste in un aumento della gittata cardiaca a parità di carico submassimale rispetto al livello del mare, tuttavia, questa risposta tende a spegnersi nel corso dei giorni e settimane di acelimatazione.
Il processo è da attribuire alla riduzione della gittata pulsatoria che progressivamente si instaura con l'esposizione all'alta quota.
Riducendosi la gittata cardiaca, a parità di consumo di ossigeno, si verifica una maggior differenza artero-venosa in ossigeno.
In una certa misura, la riduzione della gittata pulsatoria viene compensata da un aumento della frequenza cardiaca a ogni lavoro subinassimale.
In effetti, si è riscontrato che anche in vetta all'Everest. e quindi a gradi estremi di ipossia, il cuore mantiene intatta la sua capacità contrattile e la sua ritmicità.

Lavoro massimale
Dopo circa una settimana di permanenza a 3000 m, la gittata cardiaca massima è ridotta e tale rimane per tutto il periodo di permanenza in quota.
Tale limitazione si spiega con una riduzione della massima gittata pulsatoria e della massima frequenza cardiaca.
Questo effetto non sembra correlabile a una condizione di relativa ipossia cardiaca, almeno a giudicare dalla morfologia del tracciato elettrocardiografico e dalla misura del flusso coronarico nel corso di lavoro strenuo in quota.
La riduzione della gittata pulsatoria si correla a una riduzione della massa plasmatici e a un aumento delle resistenze periferiche.
Si attribuisce la riduzione della massima frequenza cardiaca in quota a un aumento del tono parasimpatico.

PERFORMANCE IN QUOTA
Per effettuare un lavoro in quota mantenendosi allo stesso consumo di ossigeno, espresso in percentuale del valore massimo, occorre ridurre il carico.
Se si mantiene invece uguale il carico questo comporta, che in quota il consumo di ossigeno corrispondente rappresenti una percentuale maggiore rispetto al massimo consumo di ossigeno il quale. come abbiamo visto, si riduce con l'aumentare dell'altezza.
Il fatto di impegnarsi a una percentuale di consumo di ossigeno più prossima al massimo comporta lo sviluppo di fatica, il che implica che la capacità di performance in quota è ridotta.
Ad esempio, a un'altezza di 2300 m, si ha una riduzione di performance del 2-13% su distanze di gara dai 1500 ai 3000 m.
Altri dati indicano un aumento del tempo di gara del 7.2% sulla distanza delle 2 miglia in atleti ben allenati sempre sui 2000 m di altezza.
Vi è anche l'evidenza che dopo 29 giorni di acclimatazione, la prestazione sulle 3 miglia rimane inferiore rispetto alla prestazione a livello del mare.

ALLENAMENTO IN QUOTA E PERFORMANCE A LIVELLO DEL MARE
L' acclimatazione rappresenta un processo finalizzato a migliorare, anche se entro certi limiti, il meccanismo di trasporto e utilizzo dell'ossigeno in alta quota, in particolare ad altezze molto elevate.
A questo punto ci si chiede se il vantaggio offerto da questa condizione è trasferibile a livello del mare e risulta in qualche modo utile nel migliorare la performance di tipo aerobico e di resistenza.
Sicuramente questi vantaggi derivanti da adattamenti circolatorie metabolici cellulari e l'aumento della capacità di trasporto dell'ossigeno potrebbero in teoria essere presenti anche al ritorno a livello del mare.
Inoltre, la risposta in termini ventilatori e di gittata cardiaca non si spegne rapidamente al ritorno a livello del mare.
Inoltre sembra ragionevole ritenere che se l'ipossia tissutale migliora le capacità metaboliche delle cellule, l'ipossia stessa possa rappresentare un fattore che potenzia gli effetti dell'allenamento.
A nostro parere, le ricerche effettuate in proposito, cioè miranti a valutare un eventuale vantaggio derivante sul piano prestativo da un periodo di acclimatazione trascorso in quota, non sono state pianificate e condotte in modo convincente; questo perché il disegno sperimentale era carente oppure perché il rilievo dei parametri fisiologici era incompleto o deficitario.
Pertanto non è al momento possibile valutare il peso del fattore allenamento e del fattore acclimatazione in quota sull'andamento del massimo consumo di ossigeno.

CAPACITA AEROBICA AL RITORNO A LIVELLO DEL MARE
Il massimo consumo di ossigeno, misurato a livello del mare, non aumenta in seguito a permanenza in alta quota.
In giovani atleti dediti alla corsa si verificava una riduzione del 25% della potenza aerobica nel corso di 18 giorni di permanenza a 3100 m; dopo ritorno a livello del mare il massimo consumo di ossigeno ritornava ai valori precedenti la permanenza in quota.
La stessa osservazione è stata successivamente rilevata anche nel caso di permanenza ad altezze superiori.
In particolare, soggetti maschi molto allenati e dediti a prove in pista furono portati a Nunoa, in Perù, località sita a un'altezza di 4000 m, ove rimasero per un periodo variabile tra 40 e 57 giorni continuando regolarmente Zii allenamenti nel corso del processo di acclimatazione. dopo i primi 3 giorni, il massimo consumo di ossigeno era ridotto de 29% rispetto al valore a livello del mare; dopo 48 giorni era ridotto del 26%.
Dopo il completamento del processo di acclimatazione, furono organizzate delle gare di corsa sulle distanze di 440 e 880 iarde, 1 e 2 miglia invitando anche i locali alla partecipazione.
Naturalmente le prestazioni erano notevolmente peggiori, in particolare per le distanze più lunghe, rispetto al livello del mare.
Al ritorno a livello del mare, il massimo consumo di ossigeno e le prestazioni erano equivalenti ai valori ottenuti prima della permanenza in quota.
In nessun caso fu osservato un miglioramento, anzi, sulle distanze più lunghe, i tempi erano peggiori del 5%.
Altri studi ancora hanno rivelato che il fatto di allenarsi in camere ipobariche non migliorava la prestazione a livello del mare.
Naturalmente, il gruppo dei soggetti acclimatati in quota aveva performance superiori, in condizioni ipobariche, rispetto ai soggetti non acclimatati.
Nei pochi studi ove veniva registrato un miglioramento del massimo consumo di ossigeno al ritorno a livello del mare, questo veniva attributo a un effetto dell'allenamento effettuato in quota.
Possibili effetti negativi Alcuni adattamenti fisiologici che si verificano nel corso del processo di acclimatazione possono in effetti vanificare altri adattamenti che come tali inducono un miglioramento prestativo.
Ad esempio, è il caso della riduzione della massa magra, della massima frequenza cardiaca e della gittata pulsatoria che evidentemente riducono la massima performance. Chiaramente una riduzione della massima gittata cardiaca cancella il vantaggio offerto dall'aumento della capacità di trasporto dell'ossigeno del sangue.
AI ritorno a livello del mare si spengono progressivamente, entro poche settimane, tanto le limitazioni relative alla massima gittata cardiaca quanto le modificazioni ematologiche.
La pratica dell'emotrasfusione realizza un aumento della capacità di trasporto di ossigeno senza che contemporaneamente si abbia una limitazione della massima gittata cardiaca.

COME REGOLARE L'INTENSITÀ DELL'ALLENAMENTO IN ALTA QUOTA
Ad altezze di 2300 m o più è praticamente impossibile sostenere allenamenti alla stessa intensità di quelli a livello del mare.
Con l'aumentare della quota si riduce in proporzione l'intensità degli allenamenti.
Ad esempio, a 4000 m. per i corridori è possibile sopportare un carico di allenamento corrispondente al 39% del massimo constino di ossigeno a livello del mare, rispetto al 78% sostenuto a livello del mare appunto.
Il calo del carico allenante in quota è tale da far pensare che in effetti induca un deallenamento e non consenta di raggiungere il picco forma per le competizioni a livello del mare.
Da questo punto di vista potrebbe risultare utile effettuare soggiorni in alta quota intercalati a ritorni a livello del mare, in questo modo si potrebbe non interferire con il processo di acclimatazione e nello stesso tempo non indurre gli adattamenti funzionali che peggiorano la performance.
Se non è possibile realizzare questo approccio. è allora consigliabile mantenere prove di elevata velocità nel programma di allenamento in quota per contrastare la forte riduzione della massa magra e quindi cercare di conservare la potenza.

ALLENAMENTO IN QUOTA E A LIVELLO DEL MARE: QUAL È PIÙ EFFICACE?
In questo studio sono stati esaminati due gruppi di soggetti equivalenti sul piano fisico per valutare l'eventuale maggior efficacia dell'allenamento in quota rispetto al livello del mare.
Sei mezzofondisti molto allenati furono inseriti in un programma di allenamento di 3 settimane che li impegnava al 75% del loro massimo consumo di ossigeno; un altro gruppo sempre di sei atleti si allenava coprendo la stessa distanza a un'intensità di lavoro pari al 75% della massima potenza aerobica a una quota di 2300 m.
Successivamente, i gruppi si cambiavano di località e continuavano ad allenarsi per 3 settimane all'intensità prevista per la quota.
All'inizio, i tempi sulla distanza delle due miglia erano del 7.2% superiori in quota rispetto al livello del mare; il tempo migliorava del 2% in entrambi i gruppi dopo allenamento in quota; tuttavia, la performance dopo ritorno a livello del mare era uguale a quella precedente il periodo in alta quota.
Come mostrato dai molti rilevamenti fatti il massimo consumo di ossigeno si riduceva del 17.4% circa in quota e migliorava di poco nel corso della permanenza in altitudine. Valutando i soggetti dopo il ritorno a livello del mare, il massimo consumo di ossigeno era ridotto del 2.8% rispetto al valore iniziale di controllo a livello del mare.
I dati di questo studio rivelano che alta quota e allenamento non giocano un ruolo complementare nel migliorare la performance e la potenza aerobica.

tratto da "FISIOLOGIA APPLICATA ALLO SPORT"

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